lunedì 5 giugno 2017

UNA BEFFA LUNGA QUASI MEZZO SECOLO: LA JUVE IN COPPA CAMPIONI



È iniziata prima che nascessi. La Coppa Campioni era stregata già allora: 1973, finale contro l’imbattibile Ajax del “calcio totale”. 1-0, rete di Rep dopo quattro minuti. Zoff raccoglie nel sacco il pallone. Per i successivi ottantasei minuti la Juve non segna, imbrigliata nella fitta rete di passaggi degli olandesi e nel loro possesso palla. Insomma, non ero nemmeno nato e già avevo perso una finale di Coppa Campioni.
Passano dieci anni. Io sono al mondo da nove anni, ho assistito ad alcune vittorie in Italia, poi arriva il 25 maggio 1983: finale di Coppa dei Campioni ad Atene. La Juventus è favoritissima: ha in campo Platini, Boniek, Paolo Rossi, Tardelli, Cabrini, Zoff (che è ai saluti), ha eliminato i campioni uscenti dell’Aston Villa. Di fronte, come avversario, l’Amburgo, discreta squadra tedesca. Dovrebbe essere l’occasione buona. E invece no, anche questa volta: 1-0 per gli altri, gol di Magath al 9’ minuto (Zoff sta a guardare questo pallone scagliato da lontano che scende all’improvviso). Nei successivi ottantuno minuti la Juve ci prova, ma non è serata, lo si capisce subito che le Parche hanno deciso così: avremmo potuto giocare due giorni senza poter segnare una rete all’Amburgo.
Si comincia a mormorare che questa Coppa sia stregata per la Juventus, chissà perché. Due finali, due sconfitte per 1-0, subendo un gol nei primi minuti e non riuscendo a reagire né a segnare almeno la rete del pareggio. Ma non ci si perde d’animo, perché nel frattempo in Europa la Juve vince: nel 1977 ha conquistato la Coppa UEFA, nel 1984 vince finalmente in una gara finale secca la Coppa delle Coppa, battendo a Basilea per 2-1 il Porto. A dicembre 1985 arriverà la Coppa Incerconitale conquistata a Tokyo. Sfatato il tabù? Insomma.
E siamo al 29 maggio 1985: è quasi la Juve di due anni prima, ma con alcuni giocatori chiave in declino o in procinto di andarsene (Rossi, Tardelli e Boniek). Sarà la volta buona? L’avversario è di tutto rispetto: la squadra inglese del Liverpool, già battuto a gennaio sotto la neve per 2-0, nella gara per la Supercoppa Europea (altro trofeo europeo in saccoccia). Il Liverpool peraltro l’anno prima, 1984, ha sconfitto la Roma in finale ai calci di rigore.
Allora, io ho 11 anni. E mi chiedo: vinceremo questa benedetta Coppa dei Campioni? La giornata è stata vanamente lunga, con quella inutile gita scolastica a San Benedetto Po. Poi il ritorno a Bergamo e lì, sul divano, con il cuore che batte a mille a guardare i miei eroi. Ma evidentemente gli dei del calcio, quando si tratta di Juventus e Coppa Campioni, non stanno mai quieti. La partita non comincia. Ci sono degli incidenti tra i tifosi. Gli hooligan (tifosi inglesi carichi di birra) assaltano gli juventini: cedono le fragili gradinate dello stadio Heysel ed è una carneficina. 39 morti, di cui 35 tifosi italiani, per lo più deceduti per asfissia, schiacciati dalla marea umana che fugge terrorizzata. Altro dramma, non sportivo questa volta. Forse questa Coppa è davvero stregata. La Juventus vince 1-0, gol di Platini su rigore (che non c’era), giocando in un’atmosfera spettrale, tra le sirene delle ambulanze e gli appelli degli altoparlanti affinché i tifosi mantengano la calma. Sì, abbiamo vinto la Coppa, ma come si fa a festeggiare? Lo capisco anche io, a 11 anni, che non è aria.
Nel 1996 sono un uomo, ho anche la morosa. E finalmente si vince una Coppa senza tragedie. A Roma. Ora la Coppa dei Campioni si chiama Champions League. È il sorriso di Jugovic a farmelo capire: quando si avvicina all’area per battere l’ultimo rigore, quello decisivo, Jugovic ha un mezzo sorriso. Il suo gol ci regala la Coppa, dopo che abbiamo giocato alla grande contro l’Ajax, dopo aver gettato al vento molte occasioni da rete. È un’illusione piacevole: nonostante la vittoria, alcuni segni che mostrano che questa Coppa sia stregata ci sono anche nel 1996. È infatti una Juventus padrona del campo, che segna quasi subito con Ravanelli, che domina, che subisce un gol su una disattenzione difensiva, e che poi spreca occasioni a raffica. Insomma, abbiamo vinto ai rigori forse perché qualche divinità malefica, anti-juventina, s’è distratta per qualche minuto, tra le parate di Peruzzi e il sorriso di Jugovic.
1997: io ho un’altra morosa, e gli dei del calcio, palesemente anti-juventini, sono tornati vigili e attenti. Hanno preparato a pennello la fregatura, il solito modo atroce di farci perdere le finali. Allora, la Juventus nel 1996-97 è forte: Del Piero, Boksic e Zidane in attacco, Ferrara in difesa, alcuni giovani promettenti come Amoruso e Vieri. Nel novembre 1996 si vince la Coppa Intercontinentale a Tokyo, rete di Del Piero. A febbraio 1997 vittoria nella Supercoppa Europea, rifilando in due partire ben 9 gol al Paris St. Germain. Infine, in Champions League una cavalcata bellissima, senza sconfitte, dominando quasi sempre gli avversari, fino alla semifinale con l’Ajax, contro cui giochiamo due partite perfette: vittoria 2-1 in Olanda e 4-1 a Torino, con Zidane che sale in cattedra, dando lezioni di calcio.
Sembra una Juve invincibile, quella che scende in campo da favorita a Monaco di Baviera il 28 maggio 1997. Avversario il Borussia Dortmund, pieno di ex juventini con il dente avvelenato: Moeller, Kohler, Reuter e Paulo Sousa (che nel 1996 ha vinto la Coppa con la Juve). Insomma, sembra facile: ovviamente, invece, va tutto storto. Un altro scarto del calcio italiano, Riedle, segna due gol di testa facili facili, con la nostra difesa che sta a guardare. È dura svegliarsi dal sogno, ritrovarsi sotto di due reti senza nemmeno capirne il motivo. Io sul divano impreco, credo sia un incubo. Ma il meglio (cioè il peggio) deve ancora venire. Nel secondo tempo Del Piero segna di tacco il gol dell’1-2. Mancano venticinque minuti, c’è tempo. No, non scherziamo: cinque minuti dopo Ricken segna da centrocampo la rete del 3-1, con Peruzzi che esce svagato fino alla tre-quarti di campo, forse pensando al figlio nato il giorno prima. Una nottata che si preannunciava molto dolce e che invece è diventata nera. Tutto quello che poteva andare storto è andato storto. E siamo alla terza finale persa su cinque disputate.
1998: ancora una Juve forte, magari meno d’acciaio dell’anno prima, ma forte. Io sono lì davanti al televisore con la morosa dell’anno prima. È il 20 maggio. Primavera nell’aria, scudetto appena conquistato dopo le roventi polemiche con l’Inter. Ovviamente tutta l’Italia non juventina si augura di cuore la sconfitta della Juventus. Sarà accontentata. Siamo alla quarta finale persa su sei disputate. L’avversario è il Real Madrid, squadra di tutto rispetto. La fortuna, ovviamente, ci volta le spalle: Del Piero s’infortuna qualche giorno prima della finale e scende in campo acciaccato. La squadra gioca maluccio, il Real non fa nulla di speciale, finché al 66’ Mijatovic segna l’1-0 (in fuorigioco). È la fine: al 75’ Davids ha un’occasione d’oro per pareggiare, ma la spreca, poi tutto finisce in un’altra notte a piangere in mezzo al campo, a sperare che sia solo un brutto sogno, a sentirsi depressi, senza quasi voglia di fare l’amore.
Gli anni passano, siamo al 2003. Ho ventinove anni, un’altra morosa ancora. La squadra è forte, vince il campionato senza troppi patemi. In Champions va avanti con un po’ di fortuna, ma quando “il gioco si fa duro” le cose vanno a meraviglia. Viene eliminato il Barcellona grazie a una partita eroica in Spagna: vittoria 2-1 nei tempi supplementari con gol di Zalayeta, giocando in dieci contro undici. E poi, in semifinale, nella gara di ritorno, la partita che condensa il senso della nostra disgraziata partecipazione a questa Coppa. Una competizione in cui gli dei del calcio si divertono a illudere il tifoso juventino facendogli assaporare il bello della vittoria solo per farlo soffrire meglio nel momento atroce della sconfitta.
Lo scenario è questo: 14 maggio 2003, Torino, semifinale di ritorno contro il Real Madrid. All’andata il Real ha vinto 2-1. La situazione si può ribaltare. E il primo tempo è da favola: 2-0, con gol di Trezeguet e Del Piero, dopo una prestazione bellissima, contro un Real in grande forma. Nel secondo tempo prosegue lo scontro epico: Ronaldo (l’ex interista) al 56’ sbaglia un rigore, parato da Buffon. Al 72’ il nostro miglior giocatore, in odore di Pallone d’Oro, ossia Pavel Nedved, corre tutto solo verso la porta e segna il 3-0. È l’apoteosi, una gioia immensa per una serata perfetta. Alt, “quasi” perfetta, come al solito il destino ci mette lo zampino. Nedved è un giocatore prezioso, bravissimo e generoso. Sul 3-0, con la partita in pugno, andrebbe sostituito perché è diffidato. È stato infatti ammonito nel turno precedente e, in caso di ammonizione in questa partita, salterà la finale per squalifica. Io penso: “Siamo sul 3-0, il Real sembra morto, per eliminarci dovrebbe fare 2 gol, insomma, che senso ha lasciare in campo Nedved? O almeno spero che lui non faccia falli pericolosi”. Ovviamente succede quello che non dovrebbe accadere: Nedved rimane in campo, fa un fallo bruttino e inutile a centrocampo, viene ammonito e dunque automaticamente squalificato per la finale.
Non è nemmeno necessario dire che nella finale di Manchester contro il Milan, il 28 maggio 2003, la Juve perde.  È la quinta sconfitta su sette finali disputate. Una partita noiosa, una Juve che gioca male senza Nedved, con Zalayeta al posto di Di Vaio, contro un Milan scarso. Io per fortuna la partita non la vedo perché sono in Francia per assistere a un convegno filosofico. La mia morosa mi aggiorna via sms. Perdiamo malamente ai rigori, con Schevchenko che forse non sorride come Jugovic, ma che regala la Coppa al Milan, allenato da Ancelotti, giubilato due anni prima proprio da noi. La solita beffa atroce, architettata alla perfezione dagli dei avversi.
E siamo al 2015. Nel frattempo mi sono sposato, ho una figlia, ho trovato un lavoro in biblioteca, insomma sono cresciuto. Sempre nel frattempo c’è stata calciopoli, la Juve è stata in B, è morta, e risorta e così via. Ha ripreso a vincere in Italia (nel 2015 vince il quarto scudetto di fila e la Coppa Italia grazie ad Allegri). Questa volta la Champions League parte in sordina, con le solite difficoltà, poi, come per incanto, la ruota gira. Agli ottavi viene eliminato il Borussia Dortmund (tiè, vendicata la sconfitta del 1997), ai quarti, a fatica, viene eliminato il Monaco (1-0 a Torino, 0-0 in Francia) e in semifinale di nuovo il Real Madrid. Che ha in squadra un altro Ronaldo, Cristiano. È un trionfo: vittoria 2-1 a Torino e pareggio 1-1 a Madrid con gol di Morata. L’allenatore del Real è Ancelotti. Così, senza nemmeno rendercene conto, siamo in finale. Perderemo 3-1 contro un fortissimo Barcellona, ma già così sembra un successo. Certo, siamo alla sesta sconfitta su otto finali disputate. Infine, siamo al 2017. Il solito film perfetto dell’orrore. Non vale la pena parlarne perché la ferita sanguina ancora, e ancora per molto tempo sanguinerà.
Dal 1973 al 2017 sono passati 44 anni. Abbiamo disputato nove finali e ne abbiamo perse sette. Peccato che nella realtà non esista il tasto “rewind” né la combinazione CTRL+Z per annullare l’ultima azione. È un record negativo difficilmente eguagliabile. È uno scherzo continuo del destino, la sensazione o la pazza speranza, che ogni volta replica stancamente se stessa, che si tratti solo di un brutto sogno, che la finale vera si debba ancora giocare, che non sia possibile aver perso un’altra partita. È la solita notte insonne, con le lacrime sulle ciglia, trascorsa a inseguire i fantasmi di una sconfitta senza rivincita, rimandata chissà a quando, sempre con poca voglia di tutto, anche dell’amore. È una notte che non finisce mai, che si vorrebbe trattenere con le mani perché non si trasformi in alba, in risveglio, in una domenica dal sapore di cenere che si deve vivere nonostante tutto. È la sensazione di svegliarsi con la bocca secca e amara, ed essere indifferenti verso ogni cosa: il sole, il sorriso di mia figlia, le vere tragedie che avvengono nel mondo. È come sentirsi Ettore che sfida Achille, l’immortale (o quasi), sapendo di essere votato allo sconfitta, ma non potendo evitare di battersi.


domenica 26 marzo 2017

Assalone, Assalonne! (W. Faulkner)


Scriveva Borges nel 1937 a proposito di Assalonne, Assalonne!: “A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo non è del tutto originale ... ma Faulkner vi trasfonde una intensità quasi intollerabile. In questo libro di Faulkner vi è un’infinita decomposizione, un’infinita e nera carnalità”. Un grande scrittore che coglie bene il nucleo di un’opera di un altro grande scrittore, qual è stato William Faulkner (1897-1962). Il libro venne pubblicato nel 1936, ed è considerato tra i più difficili e drammatici tra quelli scritti da Faulkner. Il titolo è un personaggio biblico, Assalonne, crudele e vendicativo (cfr. il II Libro di Samuele), che tentò di usurpare il trono del padre David, ma venne sconfitto e trucidato.
La storia che Faulkner racconta è molto complessa, sia per l’intricato intreccio delle vicende che la caratterizzano, sia per la struttura del libro. La storia è descritta a posteriori dai personaggi che l’hanno vissuta, oppure da chi, come Quentin, il giovane narratore della parte finale, l’ha sentita raccontare dal nonno e dal padre. È il racconto della illusoria floridità e della rapida decadenza di un personaggio diabolico, Thomas Sutpen, personaggio senza scrupoli, violento, rozzo, insensibile, razzista e schiavista, sullo sfondo della guerra civile americana del 1861-1865. Il destino amaro del protagonista trascinerà con sé, nella polvere, anche la sua sfortunata discendenza.
Il romanzo, dunque, non è narrato né in prima né in terza persona; ma, come detto, si svolge seguendo il racconto di diversi personaggi. Il lettore deve stare molto attento per non perdere il filo: infatti, le vicende sono descritte da punti di vista eterogenei, e i salti temporali sono frequenti, tanto che si passa dal 1833, l’anno in cui Sutpen apparve nella contea di Yoknapatawpha nel Mississippi, al 1909, al momento della conclusione definitiva della vicenda. Si percorrono quasi ottant’anni di storia americana, segnati dalla guerra civile, alla quale parteciparono sia Sutpen, sia suo figlio Henry, sia la figlia Judith, sia l’amico di costui, Charles Bon, un ragazzo nato anni prima da una relazione tra Sutpen e una donna di colore haitiana. Il periodo chiave del racconto, però, concerne il quinquennio 1861-1865, allorché si svolgono i fatti che costituiscono la parte predominante dell’intreccio. Per il lettore è utilissima la cronologia posta alla fine del libro, nonché la descrizione delle vicende dei diversi personaggi: solo in questo modo è possibile non smarrirsi mentre si segue, a fatica, lo svolgersi delle drammatiche vicende descritte del libro.
La scrittura è intensa, i periodi sono lunghi, traboccanti di subordinate, di parentesi che spesso si aprono senza chiudersi; la narrazione a volte è affidata a brandelli di lettere, ricordi spezzati, racconti riferiti da altri. Sullo sfondo troneggia la diabolica figura di Thomas Sutpen, un uomo che rovina qualunque cosa tocchi o qualunque essere umano cada nella sua sfera d’influenza. Da giovane, trasferitosi ad Haiti, aveva avuto un figlio da una donna; quando ha saputo che questa donna aveva sangue “negro”, l’ha ripudiata, abbandonando il figlio, che era Charles Bon, futuro amico di suo figlio Henry Sutpen, e futuro fidanzato di Judith Sutpen.
La sensazione principale, leggendo la storia, è che tutti questi personaggi siano legati da un destino tragico, predeterminato, al quale non possono sfuggire. Sullo sfondo aleggia la figura di Thomas Sutpen, il quale non narra nulla, non ha quasi voce, dal momento che sono gli altri, quelli legati a lui da diversi rapporti, a prestarli voce. D’altra parte: com’è possibile rappresentare il male? Dice Judith, la figlia, a proposito della presenza “assente” del padre, del suo esserci: “Lui non era lì. Qualcosa mangiava con noi; noi parlavamo a questo qualcosa ed esso rispondeva alle nostre domande; sedeva con noi davanti al fuoco la sera e, levandosi senza preavviso, da qualche profonda e stupefatta inerzia completa, parlava, non a noi … ma all’aria”.
Dunque quando torna dalla guerra civile, Sutpen è un “qualcosa”. Trova a casa la figlia, Judith, Clytie, una ragazza di colore avuta da una relazione con una schiava, e la giovane cognata, Rosa Coldfield, alla quale farà un proposta di matrimonio. Perché naturalmente la moglie, Ellen Coldfield, è morta. Tutto muore accanto a lui. È un demonio che trasforma in cenere qualunque cosa egli tocchi. Ma è anche un uomo che da ragazzo è stato mortificato da un proprietario terriero e che, per reazione, cercherà per tutta la vita di divenire lui stesso un proprietario terriero, calpestando gli altri e i propri stessi figli, le donne, per arrivare a essere ricco.
Un libro come questo non si può riassumere in poche righe. I temi sono moltissimi e i colpi di scena, descritti senza enfasi retorica, sono sempre presenti. Il rapporto tra i fratelli Sutpen, Judith ed Henry, appare ambiguo, quando giunte tra loro Charles Bon, amico intimo di Henry, e presto fidanzato di Judth. Ma Charles è figlio illegittimo di Sutpen: il sospetto diviene certezza allorché Sutpen si reca a New Orleans per accertarsene. A questo punto egli si oppone all’unione incestuosa, senza spiegarne i motivi, ma imponendo la sua volontà, tragicamente come sempre. Poi Charles morirà in guerra, e chi soffrirà maggiormente per questa perdita è Henry, il quale vede in Charles l’uomo che sarebbe voluto essere. Dunque fantasie omosessuali e incestuosi, simbiosi e scambio di personaggi: “dovette essere Henry a sedurre Judith, non Bon: a sedurla… mediante quella telepatia con cui da piccoli parevano a volte precorrere l’uno le azioni dell’altra così come due uccelli lasciano un ramo nello stesso istante; quel rapporto quale potrebbe esistere tra due persone… abbandonate alla nascita su un’isola deserta: l’isola in questo caso era Sutpen’s Hundred: la solitudine, l’ombra di quel padre con cui non solo il paese ma perfino la famiglia materna aveva ipotizzato un armistizio anziché accettarlo e assimilarli”.
Al di là dell’intreccio, quel che riluce nelle pagine di Faulkner è la desolazione dell’animo umano, la consapevolezza che l’abisso del male è sempre spalancato davanti all’uomo. Sarebbe facile affermare che gli eventi tragici del ‘900 abbiamo confermato tale idea; in realtà, Faulkner non asserisce una verità storica, bensì filosofica, ossia universale e generalizzata. E non è casuale il richiamo alla Bibbia del titolo: il romanzo è infatti una storica appartenente alla notte dei tempi, un’epopea tragica e assoluta, fatta da dolore, desolazione, disfacimento etico e umano. E gran parte di questa epopea si dipana per opera del “mostro”, del patriarca Sutpen, il quale incarna il male perché agisce creando dolore. Ma lui stesso è stato umiliato e ferito da ragazzo. Ciò significa che la catena dei mali è ininterrotta e che le vendette non portano altro se non male ulteriore. Per questo Sutpen non può essere scusato, perché, come nell’antichità, chi è gravato da un destino tragico, è comunque colpevole. Tuttavia, a differenza degli eroi omerici, che anche nella tragedia, nel compiere il male, possedevano una grandezza e una fierezza indomabili, Sutpen si sottrae al proprio ruolo: non è fiero né eroico, né capace di compiere il male attivamente. È un uomo avido, vendicativo, che pensa a se stesso, al proprio benessere e che non è nemmeno capace di concepire odio verso qualcuno, perché vive solo per se stesso. Su di lui, e sui suoi discendenti, grava una colpa atavica, qualcosa che non può essere espresso e che li conduce tutti alla rovina, lentamente, senza che loro possano attivamente muoversi per impedire che lo sfacelo si compia.
Insomma, è come se esistesse un Fato che ha già deciso i destini dei personaggi, i quali appunto non possono sottrarsi ad esso. In questo modo i miti greci si mischiano con i personaggi biblici: Caino e Abele, ma anche Edipo, fino a creare un racconto drammatico, senza speranza. Il lettore è messo a dura prova: la stessa struttura del libro, complessa perché composta da registri narrativi eterogenei, richiede un grande sforzo. Da un lato vi è certamente l’influsso di Joyce, dall’altro permangono gli stilemi del romanzo ottocentesco classico, nei quali la trama di snoda con coerenza e linearità. Ma si tratta solo di momenti, perché Assalonne, Assalonne! trascende le forme narrative per porsi come esempio di tragedia classica esposta in chiave moderna. I suoi eroi non hanno la grandezza di quelli greci: per loro la vita è passata e sono solo ombre che non lasciano più traccia. Nessuno andrà a trovarli nell'Ade: la loro esistenza è narrata a posteriori, da chi li ha conosciuti, o è narrata da loro stessi con l’amarezza assoluta di dover ammettere che il proprio destino, iscritto nella carne sin dal loro concepimento, è stato spietato.
Forse l’autore vuole dire che il venire al mondo è di per sé qualcosa che immette l’individuo in un “groviglio” fatale, perché vivere significa incontrarsi con tante altre persone che, tutte quante, cercando felicità, benessere e successo. Anzi, ognuna “tenta” di essere qualcosa, senza sapere mai se ci riuscirà. Ognuno cerca di lasciare una traccia di sé di diversi modi, una “scalfittura”. E mentre ognuno prova ad agire per se stesso, non fa altro che toccare e danneggiare gli altri, i cui tentativi di emergere sono quasi sempre vani, finché il tempo scade, arriva la morte, e rimane pochissimo di sé, forse un blocco di marmo con qualche segno: “Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché, solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentando, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gambe e gli altri tentano tutti quanti e neanche loro sanno perché, tranne che le cordicelle s’impicciano tutte a vicenda, come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercare di fare una stuoia sullo stesso telaio, solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, lo sapete, sennò Coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra, purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o che ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende, e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno… e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da una mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che ‘fu’ una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere ‘è’ perché non può mai diventare ‘fu’ perché non può mai morire…”.

sabato 4 febbraio 2017

ALLA RICERCA DI UNA LUCE (RACCONTO) DI G. BARRECA


Andrea si sollevò dal cuscino mettendosi a sedere, esausto. Sarebbe riuscito a fare lezione? Il sole era già alto: la sua luce s’insinuava attraverso i buchi della tapparella ancora abbassata, punteggiando di giallo la parete a fianco del letto sfatto. Andrea avvertiva lontano il mormorio del traffico mattutino. Un sapore amaro in bocca. Aveva dormito da solo. Lei se ne era andata da un mese ormai. A fianco a lui, quali simboli di un’estrema solitudine, i segni del solo piacere sessuale a lui possibile in quel momento. Un “piacere” solitario, doloroso, un piacere da sconfitto.
Si scosse. Non poteva continuare in quel modo. I suoi studenti lo attendevano. Gremivano ancora la sua aula, nonostante i suoi silenzi sempre più prolungati, le sue pause colme di malinconia. L’aula ad anfiteatro lo proteggeva, perché pochi si accorgevano che durante quelle pause i suoi occhi si arrossavano e il viso si congestionava nello sforzo di arrestare le lacrime.
Monica se ne era andata dopo quindici anni d’amore. D’amore? Non lo sapeva più. C’era un figlio, ormai grandicello, che lo testimoniava. C’erano tante fotografie e tanti ricordi. Oddio, si disse, no, i ricordi no. Ma non riuscì a evitare di cadere nella tentazione di rievocare il “bel” tempo andato: sapeva che farlo gli avrebbe riempito l’anima di spilli acuminati, ma al contempo non riuscì a evitare quella tortura. Era il suo salvagente ambiguo: all’apparenza fatto di gomma e utile per galleggiare, nella realtà si rivelava di piombo, la sua condanna a morte.
Posso parlarti? Quasi sedici anni prima si era presentata così nell’ufficio del professore. In realtà lui era un semplice assistente del corso di filosofia morale. Lei era una laureanda in cerca di relatore. Era una mattina di primavera ancora fredda. Milano agonizzava nella foschia. Monica si sedette di fronte: Andrea rimase colpito da quel “tu”. Gli parve un segno di scarsa considerazione verso di lui. Di certo lei avrebbe preferito incontrare il titolare della cattedra. Ma Monica gli aprì un sorriso bianco che sembrava non finire mai. Aveva una ciocca di capelli ricci che le ballava sulla fronte, velandole l’occhio sinistro. Aveva zigomi pronunciati, bocca piccola e due occhi scuri, tondi. A lui parvero i primi segni di ciò che, più tardi, nella primavera del loro amore, avrebbe chiamato “bellezza faticosa”.
Quella mattina lei gli aveva raccontato i motivi per cui aveva tardato a laurearsi. Un divorzio (aveva cinque anni in più di lui), tanta solitudine, incertezza, una casa da portare avanti, una figlia di sei anni da crescere da sola. Lui le guardava le mani. Monica gesticolava molto. E non smetteva d’osservalo.
Basta, basta, devo alzarmi, si ripeté cercando di arrestare il flusso dei ricordi che lo faceva soffocare. Cercò a testoni le calze. Pensò che una doccia avrebbe spazzato via tante cose dal suo corpo e dallo spirito. Cercò di distrarsi trascinandosi in bagno: la luce illuminava lo specchio, che gli restituì l’immagine di un quarantatreenne amareggiato ma non da buttare via. Riuscì persino a sorridere, ma non poté distrarsi nemmeno sotto la doccia, perché Monica era di nuovo con lui. All’inizio lei voleva sempre fare la doccia assieme. Per risparmiare l’acqua calda, diceva sorridendo con una malizia così dolce che a lui faceva mescolare il sangue. Erano docce indimenticabili. Poi anche quello finirono.
Monica si era laureata grazie a lui tre anni dopo. Era già incinta del loro figlio. Quel figlio che lui non aveva mai capito bene, quel figlio uscito da una pancia che aveva già ospitato il seme di un altro uomo e che aveva già generato qualcuno. Non era stato un buon padre. Era stato molto presente fisicamente, quasi asfissiante, ma spiritualmente era assente, pallido, evanescente.
La doccia calda lo scosse. Pensò alla lezione di quella mattina. Una lezione facile. Il suo ultimo libro, La filosofia italiana e il fascismo, aveva avuto un buon successo accademico, anche perché era stato testo per il corso che aveva tenuto quell’anno. Il corso stava finendo: dopo l’ultima lezione, avrebbe dato spazio alle “tesine” degli studenti. Poi sarebbe cominciata la lotteria degli esami.
Pensare a queste cose gli fece bene: l’acqua scorreva sulla sua pelle con facilità, morbidezza, accarezzandolo come… come faceva Monica in quei momenti. Ecco che il mostro della nostalgia ricominciava a graffiarlo. Non poteva arrestarlo: rievocava la morbida sensazione dei seni di Monica contro il suo corpo insaponato e… Guardò in basso: un’altra erezione, l’ennesima. Iniziò a massaggiarsi ma non c’era tempo. Per farlo abbassare pensò a una sua collega di corso, brutta e sformata, con un sedere enorme e gli occhiali fumé. Ma si eccitò ancora di più. Lasciò perdere. Finì di lavarsi pensando al campionato di calcio, alla Juventus di nuovo campione. Uscì dal box doccia sgattaiolando come un ladruncolo sorpreso a rubare, cercando di sottrarsi al morbido fantasma di Monica.
Lo specchio gli restituì un’immagina sfocata di sé. Avrebbe preferito che non riflettesse nulla quella mattina. Osservandosi avvolto nell’accappatoio, cupo in volto, scarmigliato, comprese definitivamente che era disperato. Che non ce la faceva più. Che la sofferenza, spossandolo, aveva prosciugato ogni sua energia vitale. Che senza una donna non aveva più senso esistere, che senza Monica la vita era desertificata.
Si scosse. Avrebbe dovuto fare colazione. L’avrebbe fatta al bar di fronte all’università: faceva ormai caldo e la scollatura della barista era qualcosa che poteva offrire un senso nuovo alla sua giornata. Si vestì con calma: camicia azzurro-scuro, pantaloni beige, giacca leggera. Abbigliamento giovanile, fosse mai che qualche studentessa… Ecco, sì, Monica si era laureata cum laude. Lui l’aveva seguita molto bene durante la tesi, tanto è vero che durante quel periodo avevano scoperto di amarsi. Ma il giorno della laurea per lui fu poco felice: essendo ancora un assistente, anzi, un assegnista, non poté far parte della commissione giudicatrice. Il suo posto era stato appannaggio del titolare di cattedra. Lui era rimasto dietro le quinte: nel corridoio c’erano i genitori di Monica, che ormai conosceva, la sorella di lei, una zia, la bambina, Caterina, che di anni ne aveva 9. E c’era l’ex marito di Monica. Ecco, al vederlo, un travaso di bile lo aveva colto: si trattava di un sentimento che aveva provato spesso e che sovente rovinava i loro momenti, anche quelli più intimi. Era una gelosia remota, gelosia di un passato che non gli apparteneva. Lui la viveva male: era sempre insicuro, terrorizzato dal fatto che Monica potesse fare confronti tra lui e il suo ex marito, per concludere, magari, che quell’altro era meglio, e che aveva sbagliato a lasciarlo. Quante volte avevano litigato per quella gelosia! Andrea si rendeva conto di essere stupido, ma quando Monica lo criticava o gli faceva dei rilievi, lui, accecato dalla rabbia, pensava che la donna, nella sua testa, stesse facendo un paragone con l’altro, giudicandolo migliore.
Questa gelosia giungeva all’acme, ovviamente, nel sesso. Perché in quel caso lui temeva di non essere all’altezza, di essere giudicato inferiore all’altro. E nonostante Monica apparisse soddisfatta di lui e gli dicesse che non aveva mai fatto l’amore così bene e così tante volte, lui non riusciva a calmarsi. Credeva lo dicesse solo per blandirlo, per placare la sua gelosia. E quanto più lui la vedeva disinibita, tanto più si macerava, perché pensava che anche con l’altro lei era stata tanto aperta, anche se Monica gli sussurrava spesso: Nessuno mi hai amato come fai tu. Avevo da tempo dimenticato di essere donna, di essere bella e desiderabile.
La giornata fu perciò dura: si sentiva in disparte, anzi, si mise in disparte apposta, covando un immotivato rancore verso la sua donna, la quale invece lo cercò continuamente con lo sguardo, affondata nel suo abito elegante e nei suoi occhi commossi. La sera, a casa, avevano litigato perché lei lo aveva accusato di esserle stato lontano; lui aveva detto che gli aveva dato fastidio vedere il suo ex marito, e che era stato in disparte perché non voleva “disturbarla” mentre salutava sua figlia. Ma mia figlia è più importante di tutto e tutti, lo sai. Lo sapeva. Anche perché Caterina lo adorava: giocava volentieri con lui, lo abbracciava. E lui, che all’inizio, quasi per pudore, aveva cercato di non stare troppo vicino alla bambina, le voleva molto bene, come se fosse sua figlia.
Smise di vestirsi lentamente: questi ricordi gli facevamo male allo spirito. Che idiota era stato con le sue gelosie stupide, fondate sul nulla! Aveva rovinato tutto! La sua vita stava andando a rotoli: proprio ora che era diventato un ricercatore conosciuto, stimato per i suoi studi sulla filosofia italiana, il lato sentimentale della sua esistenza stava crollando. Dov’era Monica in quel momento? A scuola probabilmente. Ma… amava qualcun altro? Una fitta di angoscia gli spezzò quasi la schiena, tanto che dovette sedersi sul letto. Di certo aveva diritto, lei, ad amare un altro, ed essere amata. Una donna tanto eccezionale! E poi con lui era finita da un po’, ben prima che la donna se ne andasse, quel giovedì pomeriggio.
Rivide per l’ennesima volta il film di quelle ore. Erano soli in casa. I bambini dai nonni. Lei stava preparando la borsa, mentre c’erano due scatole di libri già caricate in macchina. Lui la spiava indaffarata a svuotare l’armadio e i cassetti. Era impotente. Sconvolto. Lei lo guardava con gli occhi rossi. Gli ripeteva: Sai, non c’è altra soluzione, vero? Però non aveva un tono perentorio. Forse cercava in lui quella forza che non aveva. Ma se ne andò. Ogni vestito tolto dall’armadio (quei perizoma così belli, quelle camicette da notte tanto eccitanti!), ogni scarpa messa nella scatola, erano una coltellata per lui. Un grumo di malinconia era fermo tra gola e stomaco. Respirava a fatica. Era una giornata bellissima, una giornata d’aprile con il sole, una di quelle giornate di primavera che sembrano non voler mai finire, profumate, piene di vita che rinasce.
Di chi era la colpa? Quel giorno, quando Monica si chiuse la porta alle spalle, in lacrime, dopo averlo baciato per l’ultima volta, lui lo capì. La colpa era sua. Pensò a quell’altro pomeriggio. Quello di un aprile precedente, un anno prima. Ancora una volta lo studio del “suo” professore. Ancora una volta i colloqui con gli studenti. Quella ragazza non molto più giovane di lui, desiderosa di laurearsi sullo storicismo di Benedetto Croce. Si chiamava Elena. Quegli occhi che lo scrutavano intensamente. Neri e grandi. Quelle mani affusolate che, durante il colloquio, si erano mosse sulla scrivania, fino a sfiorare le sue. Lui non aveva reagito: era attonito per quel contatto, ma non aveva respinto le mani di lei, anzi, gliele aveva toccate. I capelli ricci della ragazza, la sua bocca larga, quello sguardo intenso, lo avevano stregato. Finì il colloquio scoprendosi arrapato all’inverosimile, pensando che sarebbe potuto saltare addosso a quella studentessa se il dialogo fosse continuato. Quando, due settimane dopo, addosso le saltò davvero, capì subito che aveva oltrepassato un limite invalicabile. Dopo aver fatto l’amore con lei, che era così calda e disponibile, un acuto senso di colpa cominciò a torturarlo. Ma Elena presto lo richiamò a sé, e lui non si tirò indietro, producendosi in una doppietta da urlo, di quelle che meritano il giro del campo in trionfo. La cosa che lo sconvolse fu che, tornato a casa, non ebbe problemi con la sua compagna, ignara di tutto. Poi Elena decise che era finita, dopo sei mesi: Andrea non si mostrava intenzionato a lasciare Monica e lei aveva deciso di ricominciare da un’altra parte.
Ad Andrea la cosa andò bene, perché era stata una conquista facile e non cercata. Lui voleva stare con Monica. Si era scoperto capace di dissimulare in maniera eccellente: provava rimorsi solo dopo aver amato l’altra, ma più tardi ogni remora scompariva, e prevaleva la soddisfazione per essere stato in grado di amare due donne contemporaneamente, una volta, perfino, durante la medesima giornata.
Poi un giorno Monica aveva letto le mail. Aveva scoperto tutto. Non aveva fatto scenate, né gli aveva fatto la morale. Aveva pianto molto, sentendosi ingannata. Gli aveva chiesto se era stata l’unica volta. Gli aveva detto che doveva vergognarsi, perché in quei casi bisogna porre fine alla relazione e dedicarsi anima e corpo all’altra. Sono delusa da te, scioccata per la tua capacità di fingere. Sei solo malato di sesso, la tua voglia di…, di…, di scopare sempre è un insulto, un comportamento maschilista; per te… per te una donna vale l’altra, io non conto, nulla, per te un “buco” vale l’altro. Che schifo. Lui capì, da quelle frasi volgari (Monica non diceva mai parolacce), che era finita davvero.
Andrea non aveva replicato nulla, paralizzato dalla propria colpa, che, in quel momento, osservando gli occhi rossi di Monica, gli sembrava enorme. Ma cosa poteva fare? Gli venivano in mente solo giustificazioni banali, maschili. Niente che potesse smuovere il cuore tradito della sua donna. Che minchione era stato! Glielo aveva detto anche il suo amico, qualche sera dopo. Farsi beccare le e-mail è da coglioni. Se la cosa era finita, cancella le tracce. Sai quanta gente fa le corna? Ma mica ci ricama sopra tutta la poesia che fai tu! È la poesia che ti frega sempre, la volontà di vedere spiritualità anche dove c’è solo carne. Che inguaribile romantico sei!
Eh sì perché per lui le mail d’amore dell’altra erano delle medaglie al valore, piene di frasi affettuose e di pensieri profondi. Si sentiva un uomo capace di vivere solo per amore, prigioniero volontario dei sentimenti, una sorta di esteta redivivo, un Oscar Wilde più furbo. Invece era stato solo patetico, sia con Monica che con quell’altra. Non aveva avuto le palle per lasciare la prima donna, né di resistere al richiamo sessuale dell’altra, la quale, era chiaro, da lui avrebbe voluto anche di più. Quando lui le chiedeva: “Non è solo sesso, vero?”, lei lo guardava con un sorriso tenero, stupita per quell’ingenuità, e gli rispondeva: “certo, ma se fosse solo sesso ti andrebbe male?”. No, non gli sarebbe andata male, eppure Andrea capiva che Elena gli poteva voler bene sul serio. Ma non aveva mai nominato i sentimenti, né parlato male di Monica, imbarazzato dalla paura di dover cambiare vita e abitudini.
Insomma, era stato un imbecille totale. Se lo ripeté bevendo il cappuccino. La barista quel giorno era malata. C’era un uomo al bancone: corrucciato, con la faccia stanca, la voce arrocchita dal fumo. Fu un segnale. La giornata non iniziava sotto gli auspici migliori. A un certo punto la radio aveva cominciato a sparare a tutto volume una canzone di Tiziano Ferro: fu l’ultimo segno che gli dimostrò che quella era una giornata di merda.

Il cortile dell’università di Milano era inondato di luce. C’era vento. Tracce di polvere si sollevavano dal pietrisco ghiaioso, mentre il viavai di docenti e studenti appariva chiassoso e perfino allegro. Ma in lui la luce si era spenta. Dopo un mese speso a rievocare di continuo il momento dell’addio di Monica, gli errori marchiani da lui commessi, si sentiva spossato, del tutto incapace di pensare a un futuro. La cosa che gli donava maggior dolore era constatare che tutto quello che era accaduto era avvenuto solo per colpa sua. Sarebbe stato consolante, o quantomeno lenitivo della sua sofferenza, prendersela con qualcun altro. E invece no: il suo dolore non aveva nemmeno quello sfogo. Era una cosa tutta sua, era un peso che avrebbe dovuto portare da solo.
Entrò nell’aula gremita con passo malfermo. Che ne sapevano tutti quei ragazzi del suo dolore? Che ne importava a loro? Che ne importava al mondo dei suoi errori da ragazzino, della sua smania di donne, del suo desiderio infinito, della sua incapacità di scegliere “tra lei e quell’altra che non sapevi lasciare/tra i tuoi due figli e l’una e l’altra morale”, come cantava Guccini in Scirocco? Perché era venuto al mondo? Perché era stato così sprovveduto, così sciocco, tanto incapace di accontentarsi? Ora che Monica non c’era più, sentiva che aveva amato solo lei nella sua vita. Le altre non valevano nulla al suo confronto. Ma era rimasto solo. Sia Monica che le altre erano ormai lontane da lui. Certo, era stato lui che le aveva allontanate. E aveva fatto bene, perché non lo soddisfacevano. Ma Monica, no, Monica era praticamente perfetta, una donna che ogni uomo avrebbe voluto accanto. Oppure quell’altra, Elena, almeno quella avrebbe potuta tenerla accanto; ma lei quando si era accorta che Andrea era incapace di decidere tra lei e l’altra, lo aveva lasciato.
Cominciò a far lezione. Non vedeva nulla davanti a sé: l’aula gli pareva avvolta da una caligine che le lenti a contatto, indossate quella mattina, rendevano sempre più spessa. La voce sembrava sempre sul punto di mancargli. Leggeva gli appunti con tono anonimo; era paralizzato, incapace di gesticolare come era solito fare. Dov’era Monica in quel momento? Che stava facendo? Ed Elena dov’era finita? Se l’avesse richiamata avrebbero potuto ricominciare a vedersi? L’avrebbe mai perdonato Monica? È possibile, da un momento all’altro, passare dall’amore all’odio e non tornare indietro? Dov’era suo padre, morto da anni? Perché se ne era andato via così presto? Forse gli avrebbe dato dei consigli saggi, lo avrebbe guidato meglio. Mentre parlava agli studenti gli mancò il respiro. Una crisi d’ansia? Dopo tanti anni?
Io non ti amo più, gli aveva detto Monica un mese prima, sul punto di chiudere la porta alle proprie spalle. Ecco, gli aveva proprio detto in quel modo. Non lo aveva guardato. Quel ricordo gli tornò in mente togliendogli il fiato, a tradimento, proprio nel momento meno opportuno. Poi Monica aveva aggiunto, trafiggendolo a fil di spada: Il solo pensiero di essere toccata da te mi dà il voltastomaco. Benché fosse una frase banale, da programma televisivo pomeridiano (Monica a volte usava un linguaggio un po’ sciatto), fu una stilettata che lo tramortì.
In preda a un attacco di panico, dovette uscire dall’aula. Era solo, ormai: senza famiglia e isolato in dipartimento, dove, nonostante i tanti anni trascorsi, non aveva stretto amicizie vere, tutto occupato dalla sua famiglia, famiglia che poi aveva distrutto per la sua indecisione perenne. Andrea si era convinto, in quel mese, che tutte le strade per lui erano ostruite e che niente avrebbe potuto aiutarlo. Infine, il colpo basso della nostalgia, del mostro che da un mese lo divorava, gli confermò che il mondo reale non faceva per lui. Dove avrebbe trovato requie, dove sarebbe divenuto finalmente se stesso?
Oppresso da questi pensieri, giunse sulla soglia del dipartimento di filosofia e si arrestò. Il flusso di studenti e docenti era rado in quel momento. Come aveva potuto abbandonare l’aula? Cosa stavano pensando i suoi allievi? Di certo che era matto. Come sarebbe potuto rientrare? Quale scusa avrebbe potuto escogitare? No, nessuno scusa, era finito il tempo degli inganni verso se stesso, non sarebbe tornato più. Era giunto il momento di prendere in mano la propria esistenza.
Nessuno sembrava badare a lui, benché molti lo conoscessero, eppure Andrea percepiva tanti occhi fissi su di sé, quelli di Monica, che lo accusava di averla delusa, di suo figlio, sempre più estraneo a lui, e di suo padre che, nella nebbia di un al di là a cui Andrea non sapeva dare credito, lo indicava col dito come uno sciocco. Allora si sedette sotto le colonne del porticato, come in raccoglimento, e pensò alla sua colpa, al suo comportamento da sprovveduto, all’inutilità di tutta la filosofia che aveva studiato. Il dolore insopportabile, la vergogna e l’indignazione provati prima si erano quasi sublimati in una sorta di indolenza disperata e lucida.
Era giunto il momento di prendere veramente in mano le redini della propria esistenza. Così si diceva, “prendere in mano le redini”. Quell’espressione gli era sempre sembrata stupida, tipica della televisione, dei rotocalchi in mostra dai parrucchieri. Ma il concetto era giusto. Ce l’avrebbe fatta? Dibatté dentro di sé questa possibilità, rendendosi conto che no, non ce l’avrebbe mai fatta, perché era solo, o almeno, aveva fatto terra bruciata (altra espressione che gli faceva venire l’orticaria) attorno a sé. Si sentì senza speranza.
Allora si alzò ed entrò in dipartimento, tenendo lo sguardo diritto davanti a sé per evitare qualsiasi contatto con persone conosciute. Salì al primo piano e si fermò ansante: ebbe l’impressione che il suo animo galleggiasse in una specie di tinozza vecchia e scrostata, colma di un liquido viscido. Si appoggiò a un muro, come per sorreggersi. Riprese l’ascesa e giunse al piano superiore, lo oltrepassò e si arrestò sul mezzanino. Si diresse infine verso il ballatoio e uscì all’aperto.
Il cielo era azzurro. Spirava un vento profumato. Pensò che sarebbe stato bello poter tornare indietro a quando era bambino, magari crescendo diversamente. Forse la sua vita sarebbe stata differente. Per tanti anni aveva creduto che, se non aveva scelto di venire al mondo, poteva quantomeno scegliere come stare al mondo. Ma le cose che gli erano capitate, l’una dopo l’altra, avevano smentito questa idea. Non era stato capace di decidere della propria vita, di cancellare il senso di perenne inquietudine che lo paralizzava, quel senso di precarietà continuo, quella pietra al collo sempre così pesante.
Giunto sul ballatoio, Andrea si fermò. Il vento sfiorava i suoi radi capelli. Sentì una sirena avvicinarsi e poi sparire, un colpo di clacson, una voce di ragazza esigere qualcosa da qualcuno. Allora esitò. Tuttavia il sole, la brezza del giorno, il rumore del gaio e futile chiacchiericcio degli studenti seduti sotto i portici, lo fece sentire di troppo una volta di più, un “oggetto” superfluo, incapace di lasciare una traccia nel mondo. Eppure ristette ancora, ebbe un’altra esitazione che si prolungò per diversi minuti. Che stava succedendo? Si sedette sul cemento, per calmarsi, forse per ritrovare la determinazione che aveva fino a pochi secondi prima. Guardò il cielo, rammaricandosi di non essere capace di essere come gli altri. Pensò al titolo di un libro che aveva letto l’anno prima: Il desiderio di essere come tutti. Ecco, se lui fosse stato una persona poco sensibile, meno complicata, più banale, forse avrebbe sofferto meno. Certo, si disse, avrebbe anche amato di meno.
Era sempre stato un uomo d’intelletto, aveva creduto che solo questa facoltà potesse spianare la strada per comunicare con le altre anime nobili. E ne aveva incontrare poche nella sua vita. E queste poche le aveva deluse con la sua pusillanimità. Che ci faceva lì, altrimenti? Come poteva pensare di tornare a immergersi nel mondo dopo che aveva deciso di allontanarlo da sé, di sfuggire da lui per preservare la parte più nobile di sé? Lui aveva tradito e vilipeso il mondo, le belle facoltà che la natura gli aveva donato. Cercò allora di infondersi nuovamente coraggio, si disse che si trattava solo di un attimo, di un istante breve, della sola sofferenza per il dolore fisico: solo questa lo tratteneva. Andrea pensò a Socrate, al suo coraggio, alla fierezza di Seneca.

E in quel bel sole, in quel cielo azzurro, in quell’aria profumata e colma di vita che si rinnovava, si scosse. Appoggiò i piedi sull’orlo del ballatoio: avvertì dentro di sé una sorta di benessere tragico, finché, sporgendosi verso il vuoto, vacillò, sentì che le gambe cedevano e che il corpo si piegava in avanti come se volesse affrettare la fine. Comprese che stava davvero calando il sipario. Gli mancò l’equilibrio, poi scorse sotto di lui un abisso grigio e il selciato divenire sempre più vicino. Infine andò incontro a qualcosa che non avrebbe saputo descrivere, una specie di oscurità rumorosa e assai dolorosa, ma solo per qualche istante, e infine sentì un impasto di terriccio e sangue caldo nella bocca. Poi la luce si spense.

giovedì 13 ottobre 2016

La carovana delle malinconie. Poesie 2006-2016

Finalmente sono usciti questi versi. Sono stati faticosi, meditati, sofferti, strani. Ma desideravo renderli pubblici. Non so se scriverò ancora. Ecco intanto due poesie della raccolta:



Dopo tanti anni

Dopo tanti anni ancora qui
ad ascoltare la musica, a sentire la chitarra tra le dita,
avvertendo il lamento delle idee e delle lacrime metafisiche
e dei gatti che raspano contro gli scuri.
Tanti modi per innamorarsi
e tante occasioni perdute sulle strade del nulla
per tacere e amare tacendo,
per sfiorare la perfezione senza centrarla,
per dormire o sognare di dormire galleggiando
e mollemente avvertendo una mano sulla schiena.
Poi i gatti tornato a miagolare e smettono di chiedere cibo
e la notte sale sul carro dell’infelicità e del buio;
perché oggi e ancora domani le carte e un amore,
un bicchiere di vino e un altro amore ancora,
un silenzio appassito e una passione nuova,
e la fame di vita, di un’esistenza autentica.
Tutto già visto, già registrato, un déjà-vu che annoia ed eccita
finché la malinconia e le gocce di sudore non fanno troppo male,
ma la doccia è un luogo erotico solo se si è in due,
mentre i gatti in silenzio dilaniano topi e scarafaggi
prima che l’alba torni a percorrere i pascoli del cielo.
E citiamo Steinbeck, citiamo Eliot,
citiamo Sartre, citiamo Camus,
ma siamo ancora qui, più vecchi,
a schiacciare sempre i tasti sbagliati,
sempre a un passo dalla vittoria,
alla ricerca di ciò che sempre manca,
a stringere mani e baciare seni,
a compitare le amarezze e le illusioni,
come insetti inchiodati al muro
che danno gli ultimi colpi di zampa.

Inverno ‘95


Io mi ricordo ancora dell’inverno del ’95, e del tuo camino,
dei sassi sugli zaini per farsi i muscoli,
della neve, e del freddo, di quella montagna marrone,
e dell’autista che non partiva
aspettando che ci dessimo l’ultimo bacio
sul piazzale della stazione delle corriere.
Io tornavo a Bergamo, tu rimanevi lassù, chissà,
chissà dove sei da allora, dove sei adesso
e perché non volesti passare il capodanno con me.
Eri distratta, ma concentrata nei baci e nell’occorrente
per occupare i silenzi di gesti e parole
che credo tu non abbia scordato mai.
Io no di certo, nemmeno pensando a quel pomeriggio d’inverno,
al ticchettio dell’orologio che scandiva l’avvicinarsi a te,
al silenzio bianco di quei minuti, alle mie parole
al tuo sorridere stupito, pieno e largo,
nel vedere che mangiavo la pasta corta col cucchiaio.
Presto quei giorni divennero ricordo e nostalgia
e i minuti tra noi fugaci e disordinati,
come maglioni piegati male,
e poi certe sofferenze non le ho dimenticate
benché i baci continuarono finché l’inverno finì
e finirono le lunghe attese sotto casa tua,
i silenzi al telefono, la paura di non essere all’altezza.


UNA BEFFA LUNGA QUASI MEZZO SECOLO: LA JUVE IN COPPA CAMPIONI

È iniziata prima che nascessi. La Coppa Campioni era stregata già allora: 1973, finale contro l’imbattibile Ajax del “calcio totale”....